Valori sacri

Valori sacri

Si sa che le guerre basate sui valori sacri sono particolarmente difficili da pacificare.

Gli studiosi di scienze politiche ritengono per lo più che le ragioni della guerra sono accessibili alla ragione, sono cioè analizzabili con l’intelletto e, allo stesso modo, risolvibili.

È sempre più evidente, però, che questa impostazione non vale per i conflitti in cui si annidano profonde sacralità. Il conflitto israelo-palestinese, come tanti altri che hanno da sempre e ancora oggi ammorbato il mondo, appartiene senz’altro a questa categoria. Mi sembra evidente che le convinzioni religiose dei due popoli che si affrontano in Palestina, rappresentano da un secolo un ostacolo, forse il principale, al raggiungimento della pace.

Mi sembra perciò importante analizzare il significato psicologico e sociale dei “valori sacri”.

Quando i popoli si contrappongono sulla base delle reciproche sacralità, essi diventano attori devoti e la loro lotta sfugge a qualsiasi considerazione di realpolitik. Essi sono spinti dai propri valori e dalla propria emotività, e la loro lotta stessa diventa un valore sacro. Gli attori devoti sfuggono pertanto a qualsiasi considerazione di vantaggio materiale e di benessere che la pace può loro apportare. L’idea stessa di compromesso fra le opposte esigenze viene emotivamente respinta.

Può sembrare strano, ma l’analisi della sacralità dei conflitti è stata da sempre trascurata e soltanto nell’ultimo decennio gli studiosi hanno cominciato ad approfondirla.  

Oggi vi racconto di uno studio compiuto da sociologi americani e francesi sul significato e sulle conseguenze della fedeltà ai propri valori sacri nell’ambito del conflitto israelo-palestinese*.

Lo studio ha coinvolto 555 adolescenti palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, distinti in due gruppi: l’uno che si dichiarava religioso e l’altro laico. Tutti hanno risposto a un questionario riguardante vari aspetti del conflitto: Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, la creazione dello Stato della Palestina, il riconoscimento di Israele, ed altri.

Lo studio è giunto ad alcune conclusioni interessanti:

  1. Contrariamente ai laici, i devoti si dimostravano del tutto indifferenti alla pressione sociale, cioè alle posizioni prevalenti nel proprio gruppo sociale riguardanti le questioni affrontate nel questionario.
  2. I devoti tendevano a considerare praticamente contemporanei gli avvenimenti storici del proprio popolo vissuti come sacrali, anche se lontanissimi nel tempo. Per loro, il tempo si era come fermato, nella loro mente il tempo aveva cioè subito una formidabile compressione. Ad esempio, percepivano la Nakba, cioè “la catastrofe” dell’esodo, più o meno forzato, dei circa 700.000 arabi palestinesi dai territori occupati dagli israeliani nella guerra del 1948-49, come un evento assai più recente.
  3. I devoti rifiutavano qualsiasi soluzione di compromesso per giungere alla pace, anche in cambio di beni materiali, di benessere e prosperità individuale e sociale.

Gli autori inoltre concludevano che, sulla base di altri simili studi, fosse assai probabile che le stesse considerazioni potessero valere anche per gli israeliani.

Da altri studi e osservazioni è risultato evidente che la fedeltà ai propri valori sacri è la causa principale della persistenza dei conflitti attraverso generazioni, al di là dei costi materiali e umani.

Di questo noi occidentali, dimentichi della nostra storia millenaria, non sembriamo esserne del tutto consapevoli. Nei nostri tentativi di pacificazione fra contendenti che portano il vessillo della sacralità, offriamo la nostra (recente) razionalità, che sempre fallisce perché lontana anni luce dalle emozioni sacrali dei popoli che vogliamo pacificare. Che fare? Esiste un modo diverso per affrontare una questione che arreca immani sofferenze a tanta parte dell’umanità? Per me è evidente che, in questo contesto, la religione è un problema.

COMMENTA QUESTO ARTICOLO (a fondo pagina)


* Ann N Y Acad Sci. 2013 Sep;1299:11-24. Sacred values in the Israeli-Palestinian conflict: resistance to social influence, temporal discounting, and exit strategies – Hammad Sheikh, Jeremy GingesScott Atran


Se vuoi condividere questo articolo - Share this article:
Commenta
Notificami
guest
3 Commenti
il più vecchio
Il più recente Most Voted
Inline Feedbacks
Guarda tutti i commneti - View all comments
Leandro Lucchetti
Leandro Lucchetti
2 anni fa

La religione è SEMPRE un problema in qualsiasi contesto. Per quel che riguarda ebrei e arabi, cugini semiti, la situazione sarebbe probabilmente la stessa anche senza il carico da undici della religione perché i due popoli si odiano da sempre, si disprezzano l’un l’altro e non si rispettano. La situazione storica contingente assegna ad Israele il ruolo del tallone di ferro e agli arabi quello delle vittime perseguitate che anelano al riscatto.

Leandro Lucchetti
Leandro Lucchetti
Rispondi a - Reply to  Nathan Levi
2 anni fa

Sono d’accordo. Anch’io penso che Israele è così forte da non dover temere nessuno e quindi -se volesse- potrebbere mettere a tacere il mondo e la coscienza gestendo una pace equa e risolvendo definitivamente, con giustizia, la questione dei territori occupati nonché concedere il diritto dei palestinesi ad essere uno stato.

3
0
Il tuo pensiero è molto gradito. Commenta purex