Tra gli ultraortodossi di Mea Shearìm

Da bambino laico vivevo fra gli ebrei ultraortodossi, a Mea Shearìm, il loro ‘Shtetl’ moderno di Gerusalemme, a pochi passi dal Muro del Pianto. La sofferenza di questi giorni del popolo ucraino sotto le bombe russe mi riporta alla memoria le pene subite da questi ‘strani’ compagni della mia infanzia, tutti vestiti di nero, come a testimoniare la loro perenne condizione di lutto sotto i pogrom a Odessa e a Kiev, così come in tutto l’impero zarista.

Oggi ritorno a Mea Shearìm, accompagnato da Mara, rifacendomi a un brano autobiografico tratto dal mio romanzo “La cinese di Maputo”1.

< Entrammo nella mia strada d’infanzia da quell’ampia curva che solevo fare al ritorno da scuola. “Eccola! le indicai, è la prima casa, a due piani, sulla destra. Vedi? Quella con il balcone.” Ancora una volta mi colse inattesa quella curiosa impressione di rimpicciolimento: la mia casa, la strada, i marciapiedi, lo spazio intero che mi attendeva appena oltre la curva. Tutto qui il centro del mio mondo di allora? Provai l’impulso di scappare. E se mi voltassi e fuggissi per non inquinare la memoria? domandai a me stesso. “Mara, fermiamoci un attimo, la trattenni, restiamo sulla soglia. Non sono sicuro di voler andare oltre. In un certo senso… mi sembra una profanazione.” Il suo silenzio sembrò comprendere.

Via Mea Shearìm. Da bambino io ero uno straniero in questo rione e andavo fiero della mia diversità. Insieme a mio padre eravamo gli unici senza la kippah o il cappello grigio in testa, i riccioli laterali, la barba lunga e il gabbano. Mia madre si portava, mai con ostentazione, tutti i suoi capelli biondo castano. Era però così gentile e premurosa che le altre donne sposate, la testa rasa e nascosta da un foulard poco appariscente, la trattavano con cortesia o, alla peggio, con indifferenza. Io invece ero sempre un po’ in allarme. Ogni tanto, per un nonnulla, come nel mondo degli adulti, scoppiava la guerra fra noi bambini: ortodossi contro laici. Ci riparavamo dalle sassate ai due lati di un dosso di terra coperto di sterpaglie. A far parte del battaglione dei laici mi trovavo quasi sempre da solo. Alle volte vi prendeva parte anche il mio amico Shlomo, che abitava altrove, fra gli Yemeniti, ma che spesso mi accompagnava. Era maldestro nel lancio, ma svelto nella ricerca dei sassi dalla forma e dimensioni adatte. A parte una sutura in ospedale e molti cerotti e rimproveri, erano battaglie per lo più brevi e poco cruente. Credo che nessuno prendesse veramente la mira. Servivano soltanto a marcare la differenza, come se il vestiario, da solo, non bastasse.

Vivevo in mezzo a gente che non capivo. Di fronte alla mia camera c’era una Yeshivà, un luogo di culto in cui, a tutte le ore del giorno e della notte, vedevo uomini e ragazzini neri e dondolanti e sentivo i loro canti, nenie melodiose concilianti il sonno o cantilene vocianti che me lo toglievano. “Pregano il Signore, mi spiegava papà, e vivono a loro modo come già i loro avi da secoli nell’Europa orientale. Dedicano la loro vita al servizio di Dio. Hanno trapiantato in questo rione il loro mondo perché in Europa nessuno li voleva e qui sono a due passi dal Muro del Pianto che però è in mano giordana e non ci possono andare. Hanno molto sofferto e bisogna che tu li rispetti, come devi rispettare chiunque.” Su questo punto mio padre era fermo, anche quando gli facevo notare che quei signori di fronte – mi aveva raccontato Shlomo – non riconoscevano il nostro Stato ed erano esenti dal servizio militare. Ecco, da bravo patriota che mi sentivo di essere, questo proprio non mi andava giù.

“Scusami, Mara… mi sono imbambolato nei ricordi.”

“No, sciocchino. So bene che per te è un momento particolare. Io sono invisibile e tu imbambolati pure. Se non ora, quando? mi sorrise con dolcezza. Un abbraccio si spense sul nascere a causa del luogo […].

Un gruppo di ortodossi stava uscendo dalla casa di preghiera. I gabbani che indossavano erano eleganti e lucenti, quelli del giorno di festa. Si piantarono in mezzo alla strada. Alcuni bambini ci stavano osservando con curiosità e disapprovazione. Colpa delle scarpe di Mara, mi dissi, l’unico colore vivo nei paraggi. Gli uomini stavano conversando animatamente fra di loro, essendo liberi, fuori dalla casa di Dio, di dedicarsi finalmente ad argomenti profani, anche se non troppo.

Alla casa della mia infanzia si entrava attraverso un vicolo laterale che si apriva proprio dietro quel muro di gente. Non c’era modo per non passargli accanto. Andammo loro incontro, si aprirono come le acque del Mar Rosso e fummo oltre. Il vicolo era stato asfaltato. Entrammo in una sorta di stretto passaggio coperto e come scavato nella pietra che portava al cortile sul retro. A sinistra una brutta parete di mattoni eretta sul fondo del cortile bloccava la vista un tempo aperta sul terreno delle sassaiole e oltre.

Dal lato opposto due scalini, lo spazio una volta delle galline e di due oche, la scalinata esterna a due rampe ad angolo retto e il ballatoio comune.

“Saliamo, invitai Mara, che seguiva il mio passo titubante, le fermate e le occhiate in giro, a voce spenta per non turbare quell’aria sospesa del mio ritorno. Mi chiesi se in quel silenzio udisse anche lei il trambusto del mio cuore. Vediamo se c’è qualcuno in casa”, le dissi.

Centellinati uno ad uno i diciotto gradini, testimoni contorti e sbucciati delle mie orme infantili, riconobbi la porta, la prima a sinistra. Cercai invano la targhetta del nome. Mi feci coraggio e bussai con Mara nascosta alle mie spalle. Guardai l’orologio. “È ora di pranzo, chiunque ci abiti dovrebbe essere già tornato dal tempio. Strano, niente nomi”, riflettei ad alta voce. Nessun rumore dall’interno. Ripresi a bussare più forte e con maggior insistenza. La porta rimase immobile.

 “Aspettami qui Mara, provo ad informarmi.” Raggiunsi la parte opposta del ballatoio. Sulla targa di ottone si leggeva ancora, in caratteri ebraici fioriti e un po’ scrostati, il nome M. Rosenberg. Ancora qui il vecchio Rosenberg, oppure un suo figlio. La stretta allo stomaco si fece più decisa. Bussai. La porta si aprì quasi subito, ma con lentissima diffidenza: una barba lunga e biancastra fece capolino; la seguì la faccia rotonda e solcata di rughe di un anziano signore che mi osservava con occhi da gufo.

“Shalom. Signor Rosenberg?”

“Certo, e chi altri?” rispose burbero.

“Lei abitava qui trenta anni fa, vero?”

“Giovanotto, lei non mi sembra l’agente delle tasse e poi io ho sempre pagato tutto e oggi, per di più, è sabato. In ogni modo, visto che è curioso e che da tempo nessuno mi chiede più nulla… Sì, sono nato qui, e qui, se Dio vuole, morirò. Notò Mara. S’incuriosì. Da come storpia la nostra sacra lingua, deve essere appena arrivato dalla diaspora”, osservò, più bonario, in un ebraico dal forte accento yiddish.

“Sono Ariel Elkin, si ricorda? Abitavo qui da piccolo, con genitori e due sorelle, in quell’appartamento là in fondo.”

La porta era del tutto aperta. Il vecchio, alto e corpulento, era avvolto in una lunga vestaglia e portava l’usuale cappello nero in testa. I suoi occhi si aprirono lentamente, sembrarono ricordare. Provai a dargli una mano:

“Io le ho salvato la vita ospitandola sul mio letto durante i bombardamenti nella crisi di Suez e lei mi ha ringraziato rompendomi il naso.”

“Ah… Ariel… sì… certo… quel moccioso intelligente, presuntuoso e miscredente. Tale padre, tale figlio. No, tuo padre era un buon uomo, niente da dire. Cattivo ebreo, ma buono di cuore. Che giudichi l’Onnipotente. Ma quella volta sono stato io a chiedergli un rifugio… sapevo che la bomba stava per cadere. Dio aveva deciso che vivessi. Mi ha tolto però da molti anni la mia Rivka, che riposi in pace. Lui – che la lingua mi si congeli – poteva aspettare ancora un poco che ce n’andassimo insieme. Vi ricordo bene… la famiglia Elkin, gli unici senza Dio a Mea Shearìm. Il Signore mi ha tolto Rivka – che Dio vegli su di lei – ma non un grammo di memoria, purtroppo. E così lei continua a ronzarmi attorno, a brontolare, a riempirmi la testa dei problemi del mondo… di quelli del nostro rione, intendo. Come si fa a proteggersi dalla folla dei ricordi? Confido ancora, con il Suo aiuto, di trovare la risposta nei nostri libri sacri. Ecco… siete ritornati nei luoghi dei nostri carnefici, in Europa… in Italia, mi sembra. Questa non l’ho mai capita. Chi ha la fortuna di abitare nel luogo del Signore e per giunta a pochi passi dal Muro… Beh, non sono affari miei. Entra, Ariel, cosa fai lì fuori, e chiama tua moglie.”

“Grazie, signor Rosenberg. Non vogliamo disturbarla. Siamo di fretta. Volevo mostrare a Mara il mio appartamento, ma sembra non ci abiti nessuno.”

“Proprio nessuno, puoi starne certo. Da tempo è sbarrato come una tomba. Se ne sono andati in cielo, entrambi nella stessa notte, un vero miracolo! Sempre buone maniere, con me e con il Signore. Una coppia pia. Che riposi in pace. Ne è passato parecchio dal funerale. Ci sono andato anch’io… un pio dovere sai, giusto per poter fare il miniàn – ti ricordi cos’è, vero? – quei poveretti vivevano così appartati, non conoscevano nessuno. Figurati che per trovare dieci adulti maschi e poter recitare l’ultima preghiera abbiamo tribolato per un’ora buona. Io non amo i funerali, tranne il mio, s’intende – che l’Onnipotente non mi senta. È probabile che la chiave di casa ce l’abbia il loro unico figlio, ma abita al caldo, giù nel Negev, non so dove. Forse ne ha una copia anche un’agenzia di qui, non saprei… non ho mai visto nessuno.”

Mara si era avvicinata. Ascoltava il vecchio con gli occhi, seguendone le labbra, quasi si preparasse a verificare più tardi che la mia traduzione fosse completa.

“Non si preoccupi, signor Rosenberg, sarà per un’altra volta.”

“Vieni a trovarmi, vieni… forse ci sarò ancora, se il Signore continua a dimenticarsi di me. Oh… che la mia lingua sia punita! Non dovrei parlare così, è una bestemmia. Ma non è facile…” Disse con un sorriso senza gioia.

“Shalom signor Rosenberg e grazie infinite.”

“Shalom”, mi fece eco Mara.

“Shalom a voi. Siete una bella coppia di Dio. Che l’Eterno vi protegga.” E scomparve chiudendosi dietro la porta. >

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  1. Nathan Levi. – La cinese di Maputo, romanzo edito da Tresogni, 2014. Pagine 148-53

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cristiana vittoria
cristiana vittoria
1 anno fa

Intanto grazie di avermi riportato nello spirito della “Cinese di Maputo” che sai quanto mi è piaciuto. Questo capitolo poi, sin dalla prima volta che l’ho letto, mi ha riportato la voce di mio padre quando mi raccontava della sua casa di Tripoli dove era nato e cresciuto e c’era la stessa nostalgia , la nostalgia dell’infanzia.
Mi riporti anche al fastidio che da laica ho sempre nutrito per chi sente la necessità di identificarsi anche nelle forme esteriori , quale l’abbigliamento, per ribadire la propria appartenenza religiosa , appartenenza acritica e punitiva della propria personalià. Ed è proprio questa appartenenza inculcata nel profondo della identità che produce ed ha prodotto diffidenza se non odio. Nel mio soggiorno triestino ho avuto modo di frequentare una famiglia ebrea russa con due meravigliose bambine che andavano alla scuola ebraica di Trieste . La maggiore, quasi da bambina si trasferì a studiare in America, ovviamente attraverso la comunità ebraica. In poco tempo è tornata in Italia assolutamente indottrinata e diventata integralista. Niente braccia scoperte calze pesanti anche in estate gonne lunghe , insomma irriconoscibile dalla bambina che avevo veduto crescere. la piccola, già dalle scuole elementari discuteva con mio marito ,che da laicissimo la incalzava, sulla thorà, con una convinzione impressionante. La domanda che ogni volta mi veniva in mente era sempre la stessa: ma a cosa serve chiudersi in convinzioni imposte culturalmente per identificarsi come etnia? Ci sarà mai una pace o una civile convivenza con queste premesse? Dato il tema , ho parlato specificatamente della religione ebraica, ma sia chiaro che il mio pensiero è riferito a qualunque altro tipo di integralismo sia religioso che ideologico.

Giorgio gomel
Giorgio gomel
1 anno fa

Bello e toccante il racconto dell incontro con mr. Rosenberg
Grazie

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