Paura del diverso

La paura del diverso è una componente del conflitto israelo-palestinese. È un’emozione radicata nella nostra mente perché comporta il vantaggio di conoscere meglio se stessi, di auto-definirci e la rassicurazione di appartenere a un gruppo in cui sentirci protetti.

Questo sentimento consegue al naturale processo cognitivo della ‘categorizzazione’, un processo di semplificazione della complessità che ci circonda e con cui suddividiamo il mondo esterno in categorie mentali.

Gli studiosi ritengono che il rifiuto del diverso derivi anche dall’attivazione di meccanismi radicati nella difesa biologica dalle minacce esterne, che ci protegge, ad esempio, da nuovi agenti infettivi verso cui il nostro organismo non è protetto. Ne consegue che lo straniero viene percepito facilmente come una minaccia alla propria integrità fisica e sociale.

Sia il rifiuto del diverso, sia la posizione opposta di totale fratellanza, vengono ritenuti come atteggiamenti che impediscono un confronto costruttivo fra il sé e l’altro, confronto indispensabile a una costruttiva demolizione delle barriere socioculturali fra i popoli1.

Inizio precoce

I ricercatori ci dicono che i bambini che mostrano reazioni negative intense verso gli sconosciuti, hanno maggiore probabilità di diventare adulti timidi e socialmente ansiosi. Si è visto inoltre che i bambini incapaci di valutare l’estraneo sulla base di fattori contestuali, sono più a rischio di incorrere in disordini di ansia da adulti. Già nel primo anno di vita, sviluppano la paura dell’estraneo più facilmente se la madre ha comportamenti ansiosi2.  Anche la componente genetica gioca un ruolo che ancora non si è riusciti a quantificare.

Da bambino, ho incontrato la diversità due volte: quando, a 5 anni, i miei genitori, laici, trovarono casa a Mea Shearim, il rione più religioso di Israele. Insieme a mio padre, eravamo gli unici senza la kippah o il cappello nero in testa, i riccioli laterali, la barba lunga e il gabbano. A 7 anni, fui catapultato a Trieste, dai nonni, da solo e per un anno. Qui la diversità era costituita soprattutto da una lingua sconosciuta, con i suoi caratteri diversi che per di più scorrevano stranamente da sinistra a destra. Chissà se questi incontri precoci con il diverso influirono sulla mia percezione dei rapporti fra i gruppi da adulto.

Gli stereotipi

Tutti noi siamo portati a valutare un gruppo sociale sulla base di stereotipi. Gli stereotipi sono immagini semplificate dei membri di un gruppo; quando vengono applicati agli ‘altri’ sono spesso dispregiativi. Gli stereotipi possono avere origine dal bisogno dei gruppi di attribuire la causa di eventi spiacevoli ad un gruppo esterno, già bersaglio di stereotipi che sembrano essere adatti per assumere il ruolo di colpevoli di tali eventi.

Gli stereotipi difficilmente cambiano ed alcuni sono acquisiti precocemente, fin dall’infanzia. Nick Haslam ha evidenziato che, in alcune situazioni, l’errore fondamentale di attribuzione può assumere una forma estrema definita ‘essenzialismo’. L’essenzialismo diventa problematico soprattutto quando porta le persone ad attribuire gli stereotipi negativi riguardanti un gruppo esterno a qualità essenziali e immutabili della personalità dei suoi membri.

Gli stereotipi, che derivano dal bisogno della nostra mente di semplificare, facilmente alimentano pregiudizi. Questi, quando sono moralmente accettati e legalmente approvati dalla società, possono indurre a comportamenti di discriminazione di massa3.

L’aggressività

La paura del diverso è accompagnata da aggressività. È ben documentato che i bambini, quando osservavano un adulto comportarsi in modo aggressivo in qualunque condizione, si comportano in seguito con maggiore aggressività.

Anche le rappresentazioni grafiche della violenza nei media possono influenzare in modo importante il comportamento futuro dei bambini. Questo fenomeno sembra derivare anche dalla ‘desensibilizzazione’, cioè da una forte riduzione della sensibilità di una persona di fronte a materiale che solitamente provoca una forte reazione emotiva. I genitori devono sapere che una sequenza aggressiva instauratasi nell’infanzia tende a persistere3.

Il razzismo

Il razzismo è una forma molto diffusa di avversione verso il diverso. Esso si radica nella psicologia dell’individuo, ma oggi lo si considera piuttosto frutto di convinzioni culturali del proprio gruppo di appartenenza. Di fatto, gli individui formano la cultura e la cultura forma l’individuo. La mentalità razzista può derivare da molteplici aspetti psicologici, tra cui l’insicurezza personale, la paura del diverso, la mancanza di compassione, la proiezione verso gli altri della propria disistima, ed alcuni disordini della personalità quali la paranoia e il narcisismo4.

È possibile ridurre la conflittualità intergruppo?

In risposta a questa domanda, gli studiosi ci dicono che, poiché i pregiudizi si basano in parte sull’ignoranza, un’educazione che promuova la tolleranza per il diverso potrà ridurre la chiusura mentale, in particolare nei bambini. Ne deriva che favorire le interazioni fra gruppi contrapposti migliorerà le relazioni intergruppo e ridurrà il pregiudizio e la discriminazione 3. A questo proposito, rinvio il lettore al mio articolo su “Empatia, ossitocina e adolescenza”.

Trovo particolarmente interessante il pensiero del filosofo contemporaneo Emmanuel Levinas. Il filosofo auspica la nascita di un nuovo umanesimo, l’umanesimo dell’alterità, in contrapposizione all’umanesimo dell’identità. L’alterità, dice Levinas, è la capacità di apertura verso il diverso, in contrasto al pensiero dominante che legittima le ragioni dell’identità e predominio sugli altri, al punto da riconoscere le ragioni della guerra5.

Mi si consenta di concludere con un’autocitazione: “Provai un certo smarrimento. Mi chiesi chi ero, dove vivevo, quali erano le mie radici. Non trovai dentro chiara la risposta. Ma occorreva davvero appartenere a qualcuno o a qualcosa? A cosa servono radici, tradizioni, nazioni e religioni, le tante tribù in cui l’umanità è divisa e che sono in eterna lotta e competizione? A protezione illusoria dalla nostra fragilità e dalla sostanziale solitudine della vita e della morte? Non basta l’appartenenza alla Terra, in fondo così piccola, come madre comune a cui rendere conto e con cui convivere?”6.

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  1. Emilia Biviano – In-Psychology – 11 Luglio 2019
  2. Brooker RJ et al. – The development of stranger fear in infancy and toddlerhood: Normative development, individual differences, antecedents, and outcomes. Dev Sci. 2013 Nov;16(6):864-78. 
  3. Michael et al. – Psicologia sociale. Teorie applicazioni. Pearson 2016   
  4. Arlin CuncicThe Psychology of Racism – Verywell mind, February 2022 
  5. Susan Petrilli The Law Challenged and the Critique of Identity with Emmanuel Levinas, Int J Semiot Law. 2021 May 30 : 1–39.
  6. Nathan Levi.La cinese di Maputo, romanzo edito da Tresogni, 2014. Pag 140-1.

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Emilia Perroni
Emilia Perroni
2 anni fa

Salve! Sono molto d’accordo con le Sue posizioni( ancora non ho letto tutto). Psicologa clinica, nata a Roma, vivo a Gerusalemme dl 1974. Attivista nei diritti umani. Mi farebbe piacere conoscerLa. Lavoro a Tel Aviv due volte la settimana

ettore
ettore
2 anni fa

Nel mio percorso di vita ho sempre cercato di guardare oltre le apparenze fisiche. Fina da piccolo sono stato un grande appassionato di musica pop (ho iniziato a collezionare dischi all’età di 6 anni, ora ne ho 62). La musica mi ha aiutato ad aprire la mia mente e ad accettare tutte le diversità e a trovarci il bello. Nella mia collezione ho canzoni in tantissime lingue diverse, dalle comuni inglese e francese, anche in tedesco, filippino, russo, svedese, spagnolo, portoghese, israeliano…. Nell’ascoltarle, anche se non capisco tutte queste lingue ne assaporo il messaggio subliminale della diversità e ne faccio tesoro. E ho notato che ogni volta che nella mia vita mi è capitato di conoscere qualcuno che si presentasse come appartenente ad un gruppo, dicendo io sono di tale o tal altra religione, o di tal o tal altra etnia, io ho sempre risposto “io sono un essere umano” come a far capire che non è necessario appartenere ad un gruppo per sentirsi più forti, per affermarsi. Per questo la ringrazio per questo articolo in cui si da all’ignoranza la “colpa” di creare categorie e questa necessità purtroppo troppo comune di inquadrare gli altri in esse. Grazie.

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