Empatia verso il diverso

Empatia

Oggi parliamo di un argomento che molti ritengono centrale nel conflitto israelo-palestinese e non solo: l’empatia, o meglio, la mancanza di empatia.

Approfondiremo in seguito il significato di empatia, i suoi diversi aspetti e le sue basi neurofisiologiche.

In questo periodo di Covid, la parola empatia trasuda dai mass media, dai social, tanto che ci è venuta a noia. Ma in questo blog ne parleremo in un contesto diverso: non dell’empatia, più o meno scontata, fra “di noi”, fra chi fa parte dello stesso gruppo, ma di quella (che manca) fra gruppi rivali.

Oggi comincio col raccontarvi di un lavoro scientifico che mi aveva profondamente colpito, perché per primo affrontava in modo diretto e pratico la possibilità di influire sull’empatia fra israeliani e palestinesi.

Il conflitto israelo-palestinese è considerato uno dei più intrattabili, combinando rivalità etniche, politiche, nazionali, religiose ed economiche, argomenti complessi e sensibili su cui ritorneremo.  

In generale, le persone provano facilmente una forte empatia sociale verso i componenti del proprio gruppo, verso le persone che percepiscono come propri simili. La domanda che il mondo scientifico si fa è se è possibile “manipolare” il cervello per favorire l’empatia fra gruppi avversi.

La neurofisiologia dell’empatia è alquanto complessa e in parte ancora sconosciuta. Ma è certo che l’ossitocina, un ormone prodotto dall’ipofisi posteriore e da altre parti del cervello, ne è una componente essenziale.

Nel 2013, studiosi* dell’Università di Haifa, hanno voluto testare questa possibilità. Hanno sottoposto ad un esperimento 55 adulti israeliani, mostrando loro immagini di israeliani e palestinesi in situazioni di dolore fisico, e valutando, con un test specifico, la loro reazione emotiva alla vista di queste immagini. Hanno quantificato cioè il loro grado di empatia in quel contesto.

In seguito, hanno valutato la reazione emotiva alle stesse immagini dopo aver somministrato loro per via nasale uno spray contenente ossitocina oppure una sostanza inerte (placebo).

Il risultato dell’esperimento è stato davvero interessante: mentre l’ossitocina somministrata non aveva modificato la reazione empatica verso la sofferenza degli israeliani, già elevata anche senza, l’ormone aveva decisamente aumentato l’empatia verso la sofferenza dei palestinesi, empatia che, con il placebo, era ancora del tutto assente.

Morale della favola? Nessuna empatia di base verso il nemico che soffre! Ma, pensate, l’ossitocina era stata capace di modificare questa indifferenza rendendo quel gruppo di israeliani compassionevoli verso la sofferenza del nemico.

Naturalmente, l’effetto empatico è durato poche ore, il tempo necessario all’organismo per smaltire il farmaco.

Sono rimasto affascinato da questa osservazione, sembrandomi una potenziale via d’uscita da questo interminabile conflitto, e, probabilmente, da altri che infestano il mondo. Si tratta di riuscire ad immedesimarsi, coscientemente, nella sofferenza degli “altri”, dei “diversi”, sentirla sulla propria pelle, creando così almeno una delle premesse necessarie per dare una possibilità alla pace.

Questo esperimento rappresenta una manipolazione del cervello con un farmaco. Come tale, può apparire eticamente discutibile. Ma teniamo presente che il cervello può essere “manipolato” in modi meno invasivi e più accettabili. Sappiamo, ad esempio, che la psicoterapia può modificarci in profondità. Ma è anche noto che ogni esperienza di vita, anche normale, purché emotivamente intensa, è in grado di farlo, specie se vissuta in età infantile e durante l’adolescenza. Esperienze positive in questi periodi sensibili della vita potrebbero anch’esse favorire la riconciliazione tra i due popoli e agevolare la pace. Argomento questo che merita di essere ripreso ed approfondito.

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* Psychoneuroendocrinology. 2013 Dec;38(12):3139-44. Giving peace a chance: oxytocin increases empathy to pain in the context of the Israeli-Palestinian conflict. Simone G Shamay-Tsoory , Ahmad Abu-Akel, Sharon Palgi, Ramzi Sulieman, Meytal Fischer-Shofty, Yechiel Levkovitz, Jean Decety


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Roberto
Roberto
2 anni fa

La pace non si raggiunge con i farmaci

Marina
Marina
Rispondi a - Reply to  Nathan Levi
2 anni fa

Gli imponiamo l’uso di un farmaco? Come? A parte che il problema non tocca solo israeliani e palestinesi, ma tanti tanti altri popoli

Marina
Marina
2 anni fa

Non si potrebbe ottenere lo stesso effetto con strumenti educativi, normativi, culturali?

Leandro Lucchetti
Leandro Lucchetti
2 anni fa

Ribadisco che il disprezzo reciproco è fattore determinante: c’è un farmaco che lo annulli? Non mi risulta.

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