Apartheid in Israele. Vero o falso?

Apartheid in Israele. Vero o falso?

Recentemente è scomparso l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, campione della lotta all’Apartheid.

Questo lutto mi richiama alla mente uno scottante problema ancora attuale oggi in Israele: un odioso sistema discriminatorio che colpisce gli arabi israeliani. Mi riferisco alla componente araba dei cittadini israeliani, che rappresenta circa il 20% della popolazione del mio paese natale.

Il termine apartheid, che significa “separazione”, nasce in Sudafrica nel 1916 per bocca del primo ministro sudafricano Jan Smith, ma viene introdotto ufficialmente nel 1948. Milioni di cittadini sudafricani neri e meticci verranno in seguito allontanati con la forza dalle loro case e raccolti in miseri agglomerati urbani (bantustan) e costretti a numerose forme di separazione (scuole, trasporti, negozi…) dalla comunità bianca. L’apartheid viene abolito solo nel 1991, per effetto dell’opposizione decennale, con le armi, di Nelson Mandela e della predicazione dell’arcivescovo Tutu.

Ritorniamo in Israele. Il dibattito se, nei confronti degli arabi israeliani – quelli che vivono in Israele e hanno la cittadinanza israeliana – sia in atto una qualche forma di apartheid, è aperto e vivace sia in Israele sia nella comunità internazionale.

I sostenitori della tesi dell’apartheid si basano principalmente sulle argomentazioni seguenti:

  • Le città costruite su terreni statali possono negare l’alloggio ai palestinesi sulla base del criterio di “idoneità sociale”.
  • E’ proibito a gruppi o scuole che ricevono fondi governativi di commemorare la campagna di pulizia etnica di Israele del 1948 contro i palestinesi durante la fondazione dello stato (nota come Nakba o Catastrofe).
  • Sono proibiti gli appelli al boicottaggio di Israele.
  • Mentre i palestinesi che sono stati espulsi o hanno lasciato le loro proprietà dopo il novembre 1947 non hanno diritto a rientraci, gli ebrei che hanno perso la proprietà durante questo periodo sono autorizzati a reclamare la loro terra.
  • La Legge del Ritorno garantisce la cittadinanza a tutti gli ebrei, mentre nessuna legge la garantisce ai palestinesi, anche se sono nati in quello che ora è considerato il moderno Israele.
  • La legge vieta i diritti di cittadinanza ai palestinesi che vivono nei Territori occupati anche se sono sposati con cittadini israeliani. La riunificazione rimane ancora un problema significativo per molte famiglie palestinesi.
  • Gli arabi israeliani non sono ammessi al servizio militare e ai privilegi economici che da esso derivano.

In un articolo pubblicato nel 2017 su Ytali (Associazione di Giornalisti Indipendenti)1, Umberto De Giovannangeli scrive da Gerusalemme che gli arabi israeliani, il “popolo invisibile”, come lo definisce il noto scrittore pacifista David Grossman, può certo esercitare il diritto di voto ed è rappresentato dai suoi parlamentari alla Knesset, “ma sa già in partenza che, comunque vada, non sarà mai rappresentato in un governo, sia di destra, di centro o di sinistra, perché prima di ogni altra cosa viene l’identità ebraica dell’esecutivo”.

L’autore riferisce anche che Salim Joubran, giudice arabo della corte suprema israeliana, sostiene che “i cittadini arabi dello stato vivono in una realtà di discriminazione. Ci sono divari nell’educazione, nell’impiego, nell’assegnazione di terreni per le costruzioni…”.

Secondo molti osservatori, anche israeliani, a peggiorare la situazione, nel 2018 la Knesset ha votato la legge fondamentale sullo stato-nazione. Essa definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei e declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale.

A questo proposito, il giornalista israeliano Gideon Levy, il giorno dopo l’approvazione della legge, denuncia sul quotidiano Haaretz2 che “La legge mette fine alla farsa di uno stato israeliano ‘ebraico e democratico’ […]. Lo stato è ebraico e non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica.

Il giornalista conclude con amara ironia: “Adesso ci sarà uno stato che dice finalmente la verità. Israele è solo per gli ebrei, anche sulla carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno statuto, non esistono […]”.

Diamo ora la parola ai difensori del sistema israeliano.

Uno per tutti, riporto la posizione chiara e netta del diplomatico Alon Pinkas, già console israeliano a New York.

Pinkas scrive3: “Non credo esista un termine che fa infuriare e insulta gli israeliano più di ‘apartheid’ […], un sistema vile e razzista che gli israeliani trovano profondamente disgustoso”.

Ricorda che Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (2002) definisce il crimine apartheid “… atti inumani di carattere analogo ad altri crimini contro l’umanità […], commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime”.

Il diplomatico risponde con sdegno al dossier pubblicato da Human Rights Watch4, intitolato “Una soglia superata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, sottolineando che “Il rapporto non distingue tra tre gruppi: il primo, gli “arabi israeliani”, una minoranza del 20% che vive all’interno d’Israele nei suoi confini antecedenti al ’67. Essi votano, pagano le tasse e godono di tutti i diritti civili concessi a qualsiasi minoranza in qualsiasi democrazia […]. Il secondo gruppo è costituito dai palestinesi che vivono sotto occupazione militare e vedono i loro diritti violati e non sono veramente liberi. Ma questa tragica realtà non costituisce “apartheid” strutturale […]. L’occupazione non è una conquista razziale o un’impresa coloniale mirata, ma il risultato di default di una guerra che Israele riteneva fosse difensiva nel 1967 […]. Il terzo gruppo è costituito da 1,9 milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza controllata da Hamas, da cui Israele si è ritirato nel 2005.

Il diplomatico ritiene che “Applicare gli stessi criteri a tutti e tre i gruppi è un errore metodologico critico […]. Nessuna componente “razziale”, o ideologia di “dominazione razziale” guida le politiche israeliane […]. E conclude: “Criticare l’occupazione e il trattamento dei palestinesi da parte d’Israele è legittimo. Ma chiamarlo “apartheid”, implicando scelte strutturali, deliberate e motivate razzialmente, è ridicolo”.

Per rispondere alla domanda posta nel titolo, personalmente ritengo che Israele non possa (ancora) essere considerato uno stato in cui vige un vero e proprio regime di apartheid. Ma uno stato in cui la minoranza araba è fortemente discriminata, questo sì, con assoluta evidenza.

Voi, che ne pensate?

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  1. Umberto De Giovannangeli (2017) – Figli di un dio minore. Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”
  2. Gideon Levy (2018) – La legge che dice la verità su Israele (in italiano su Internazionale)
  3. Alon Pinkas (2021) – Perché Israele non è uno Stato di apartheid
  4. Human Rights Watch (2021) – A Threshold Crossed: Israeli authorities and the crimes of apartheid and persecution

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mauro
mauro
2 anni fa

Leggere anche il rapporto Falk,Tilley comissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite ESCWA
Pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e questione Apartheid

Bernardo Kelz
Bernardo Kelz
2 anni fa

….mettere sotto la lente del microscopio Israele e le sue leggi mentre la parte avversa della lega araba (ben 22 stati) può fare ciò che vuole e sarà sempre “nel giusto” a che serve? Siamo su rette sghembe, non ci sarà mai un punto di contatto. A chi denigra Israele va bene così, si maledice una parte sola senza equilibrio e raziocinio. Non serve a nulla, solo a prolungare l’entità ed i tempi dell’odio antisemita. È questo che volete? Se si, continuate pure. Senza se e senza ma.

Leandro Lucchetti
Leandro Lucchetti
2 anni fa

Il termine apartheid usato per la situazione Israele è del tutto inappropriato, frutto forse del solito vizio dei media di semplificare e utilizzare termini inerenti altre realtà. Reale è il disprezzo assoluto degli israeliani per i palestinesi che qualunque straniero può toccare con mano visitando Israele

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