Le occasioni perdute

Mi riferisco alle occasioni di pace fra israeliani e palestinesi. In più di 70 anni sono state davvero poche e improbabili, ma, considerando la situazione di stallo, meritano di essere ricordate.

Da bambino, in Israele, ero orgoglioso del mio paese. “Erano i tempi in cui i successi del mio paese natale nella conquista del deserto e nello sviluppo tecnologico e scientifico, quando ancora era salda la convinzione dei più che la pace con i Palestinesi era doverosa e possibile – è questo che mi veniva insegnato a scuola – erano motivi di ammirazione per Israele da parte del mondo. All’epoca, il rispetto verso Israele sembrava aver anche attenuato il millenario sentimento antisemita. Poi, lentamente, le cose sono cambiate […], la politica israeliana verso il popolo palestinese si indurì e il popolo oppresso assunse i panni dell’oppressore. Fu così che io persi il mio paese per la seconda volta”1.

Ai ricordi giovanili si richiama anche, in un recente articolo apparso sul The Guardian, il regista e scrittore Roy Cohen. Egli ricorda le speranze di pace degli adolescenti di allora, quando un giorno il suo amico palestinese Aseel fu ucciso da soldati israeliani2.

Ma ritorniamo ai tentativi compiuti nell’inseguimento della pace, evidentemente tutti abortiti.

1937 – Commissione Peel

In quell’anno la Palestina era ancora un mandato britannico. La commissione Peel (dal nome del ministro degli esteri britannico), durante la Grande rivolta araba (1936-39), elaborò un piano di spartizione del territorio palestinese per la costituzione di due stati, uno ebraico e l’altro arabo. Gli arabi rifiutarono, mentre tra gli ebrei le reazioni furono diversificate, dal totale rifiuto all’accettazione come primo passo verso uno stato ebraico.

Novembre 1947 – Risoluzione 181 dell’ONU

La pace fu più a portata di mano con la risoluzione 181 dell’ONU, che si espresse a maggioranza per la spartizione della Palestina in due stati, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. La risoluzione, che assegnava al futuro stato ebraico il 56% del territorio, comprendente il deserto del Negev, fu accettata dalla comunità ebraica e respinta da quella araba. Alain Gresh osserva che, in quell’occasione, “… gli arabi, convinti dell’evidenza del loro buon diritto, non afferrarono né la complessità del processo decisionale delle istituzioni internazionali, né il peso delle opinioni pubbliche europee e americane. Su questo terreno la loro disfatta sarà pertanto totale3.

1948-50 – Colloqui di pace di Rodi

Dopo la nascita dello Stato di Israele (14/5/1948), i colloqui di pace di Rodi si insabbiano sulla questione dei rifugiati palestinesi e sullo status di Gerusalemme. 

1967 – I Territori occupati come carta di scambio

In Israele, dopo la guerra dei sei giorni (1967), la maggioranza laburista considera i territori conquistati, salvo piccole modifiche confinarie, come una carta da giocare per raggiungere la pace con i paesi arabi.

Novembre 1977 – Discorso di Sadat alla Knesset

Il premier egiziano Anwar al-Sadat pronuncia il suo storico discorso al parlamento israeliano, offrendo la pace con l’Egitto, ma chiedendo anche uno Stato per i palestinesi. Il suo discorso, che emoziona il mondo, porta alla richiesta di 348 ufficiali della riserva dell’esercito israeliano di proseguire il cammino della pace. Esso favorisce anche la nascita del movimento pacifista israeliano Shalom Achshav (“Pace adesso”).

Settembre 1978 – Gli accordi di Camp David

A Camp David, si svolgono le trattative tra Sadat e Menachem Begin, sotto l’egida del presidente americano Jimmy Carter, che si conclude con l’accordo di costituire in Cisgiordania e Gaza una “Autorità di autogoverno” palestinese e di accelerare la firma di un trattato di pace fra Israele ed Egitto.

Novembre 1988 – Dichiarazione del Consiglio nazionale palestinese

Ad Algeri, il Consiglio nazionale palestinese, per la prima volta, si pronuncia contro il ricorso al terrorismo nei confronti dell’integrità territoriale degli altri Stati, venendo così incontro alle pressioni occidentali.

Settembre 1993 – Accordo di Oslo I

l’Accordo, firmato a Washington (presidente Bill Clinton), prevede il ritiro di Israele da parte della Cisgiordania e di Gaza e l’avvio entro 5 anni di negoziati per lo status definitivo dei territori palestinesi.

Dicembre 1998 – L’OLP modifica il proprio statuto

L’OLP abroga dalla sua carta costitutiva la parte relativa alla distruzione dello Stato di Israele.

Luglio 2000 – Gli accordi Campa David

Al vertice di Camp David (presidente George Bush), gli israeliani (governo laburista di Ehud Barak) offrono il 92% della Cisgiordania, la capitale palestinese nei pressi di Gerusalemme e il ritorno dei rifugiati, ma solo in Cisgiordania. Arafat rifiuta.

Maggio 2017 – Dichiarazione di Hamas

Hamas dichiara di essere disponibile, in via temporanea, alla costituzione di uno Stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania.

Gennaio 2019 – il piano di Trump

Donald Trump propone il suo piano di pace sfacciatamente pro-israeliano. Il piano, ufficializzato alla Casa Bianca in presenza di Netanyahu e degli ambasciatori di Oman, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti e in assenza di rappresentanti palestinesi, prevede che ad Israele vengano assegnate la gran parte di Gerusalemme e la fertile valle del Giordano (30% della Cisgiordania), mentre allo Stato palestinese, smilitarizzato, parte della Cisgiordania ed alcune aree del Negev. Il piano, che evita di affrontare la realtà di Gaza, prevede l’accettazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Promette un grosso investimento economico americano, senza precisarne i destinatari. Il piano viene respinto in blocco dall’Autorità palestinese, mai interpellata.

Conclusione

Abbiamo visto come, fino al luglio del 2000, la maggior parte dei tentativi di giungere a un ragionevole accordo di pace è stato rifiutato dalla parte palestinese. Da allora, a fronte di alcune importanti aperture dei Palestinesi, Israele si è barricata dietro a un muro divisorio fisico e politico di assoluta indisponibilità a qualsiasi soluzione pacifica del conflitto.

Oggi la pace appare sempre più una chimera. Un filo di speranza è nelle mani della sinistra israeliana, da decenni minoritaria, della stampa che vi fa riferimento (ad esempio, il quotidiano Haaretz), delle iniziative di israeliani (Omdim Veyachad – “Stare Insieme”) e sparsi nel mondo (tra cui JCall e Meretz World Wide), e della sia pur timida pressione internazionale.

Perdonate un’altra auto-citazione: “Ritengo che lo scopo ultimo di ogni essere vivente, o perlomeno dell’Homo sapiens, dovrebbe essere la limitazione della sofferenza di cui la vita abbonda. Il resto, un piacevole dono. Se l’uomo fosse veramente intelligente, o meglio, se la sua intelligenza fosse in armonia con la sua psiche profonda, perseguirebbe con scrupolo questo fine organizzando la propria convivenza attorno a questo obiettivo. Eviterebbe pertanto la massima apportatrice di sofferenza che è la guerra”4.

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  1. Nathan LeviLa metamorfosi dei papaveri – Romanzo edito da Tresogni – 2021- Pag. 7-8
  2. Roy CohenIn our teens, we dreamed of making peace between Israelis and Palestinians. Then my friend was shot. The Guardian, 13/1/2022.
  3. Alain Gresh – Palestina 1947: una spartizione mai nata – Rubbettino, 1990

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Cristiana Carini
Cristiana Carini
18 giorni fa

come ho fatto a saltare questo interessantissimo scritto. IN questo momento più che mai è importante capire quali sono stati i tentaivi di mettere un po’ di pace in quel disgraziato territorio. Certo gli organi di governo palestinesi hanno fatto errori , ma c’è sempre comunque stata una notevole propensione a disattendere qualunque accordo, comunque. Per questa situazione mi sono sempre rifiutata di andare in Israele, anche se avevo la curiosità di andare a vedere dove era vissuta mia nonna paterna e di cui conservo ancora i ricordi dei racconti che mi fece di quel periodo. O forse proprio da questi sono rimasta colpita . Ricordo che mi raccontava che a quei tempi (inizi del 900 ) la parte più grande ed anche più ricca di Gerusalemme era Palestinese . In compenso ho provato un forte senso di disagio di fronte al campo di concentramento palestinese in Giordania. Adesso provo solo disperazione difronte a ciò che sta succedendo e che ancora non esisteva al momento in cui hai scritto

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