L’ombrello religioso dello Zio Sam

La Bibbia

Il piccolo Israele è da sempre il pupillo della grande America. Già nel 1818, quindi ben prima della nascita del Movimento Sionista (1896), Il presidente americano John Adams scrisse: “È mio vivo desiderio che gli Ebrei ricostruiscano una nazione indipendente in Giudea”.

In verità, l’inizio dell’appoggio (quasi) incondizionato degli USA allo Stato ebraico risale agli anni ’60. È stato il presidente John F. Kennedy ad avviare l’alleanza politico-militare tra i due paesi (1961), considerandola come una ‘relazione speciale’ (definizione di Golda Meir), un impegno da lui ritenuto come un valore morale oltreché nazionale.

Nel 1987, gli USA concedono ad Israele lo status di ‘alleato non-NATO’. Tale status risponde agli interessi strategici della superpotenza, volta a bilanciare l’influenza russa nel Medio Oriente.

Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo attivo nella promozione dei negoziati di pace tra Israele e l’Autorità palestinese (Accordi di Camp David del 1978 e del 2000, Accordi di Oslo 1 del 1993). Rimando in proposito il lettore al mio articolo “Le occasioni perdute”. La loro intermediazione è stata più volte criticata con l’accusa di aver interpretato in prevalenza le esigenze israeliane. Il piano di pace di Trump (2019), elaborato senza il coinvolgimento della parte palestinese, rappresenta di certo l’esempio più lampante di questa parzialità. Va tuttavia ricordato che, a parte la parentesi Trump, gli Stati Uniti hanno sempre giudicato illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania considerandoli come un ostacolo al processo di pace.

Da 60 anni la solidarietà attiva verso Israele è rimasta una costante bipartisan della politica americana. Essa si esprime con mezzi politici, economici e militari. In questo articolo mi soffermo su un tema meno conosciuto riguardante l’impatto della fede religiosa sui rapporti tra i due paesi.

Il supporto su base religiosa

Gli americani sono particolarmente religiosi (più di un terzo afferma di frequentare almeno settimanalmente le funzioni religiose).

Il credo religioso gioca un ruolo importante nel rapporto privilegiato tra gli Stati Uniti e Israele. Per comprendere questa connessione, iniziamo col dare un’occhiata alla suddivisione delle religioni negli USA.

Cristiani216,7
Ebrei6,1
Musulmani2,6
Buddisti2,6
Altre religioni7,8
Nessuna religione75,0
Pew Research Center – 2014 – I numeri sono espressi in milioni.
Protestanti148,5
Cattolici68,2
Protestanti:
Evangelici80,2
Battisti50,2
Altri18,1

Gli evangelici bianchi costituiscono un gruppo solidamente repubblicano che favorisce i candidati conservatori. Come dimostrato da una ricerca dell’Università del Maryland1, il loro supporto ‘fideistico’ ad Israele influenza fortemente la politica pro-israeliana di questo partito.  A tale riguardo, l’ex-ambasciatore israeliano negli USA Ron Dermer disse che “Israele dovrebbe dedicare più energia per raggiungere gli evangelici americani ‘più appassionati’ di quella che infonde per convincere gli ebrei, che invece sono troppo spesso critici verso la nostra politica”2.

Questo supporto potrebbe tuttavia intiepidirsi perché, da un sondaggio dell’università del North Carolina, risulta che, negli ultimi anni, i giovani evangelisti sono decisamente meno inclini a supportare Israele (34% nel 2021 contro il 75% nel 2018)3.

Si pone pertanto la questione del perché gli evangelici supportano Israele in modo così incondizionato. Troviamo la risposta in un sondaggio di LifeWay4 che, nel 2017, ha rilevato che l’80% degli evangelici americani vedono nella nascita dello Stato di Israele una precondizione per la realizzazione della profezia biblica del ritorno di Cristo. Una convinzione particolarmente radicata nel movimento evangelico dei Cristiani Sionisti.

Interessante in proposito è l’articolo di Giorgio Bernardelli su La Stampa5, scritto all’indomani del riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele (2019). L’autore vi riporta le dichiarazioni di John Hagee, “[…] fondatore e pastore di riferimento della Cornestone Church, mega chiesa di San Antonio in Texas. Una corrente radicata nella Bible Belt, l’America profonda nella quale ‘The Donald’ ha costruito il suo successo; ma anche una voce ben presente in quella galassia mediatica di cui il Christian Broadcasting Network del telepredicatore Pat Roberson è il capofila”. Bernardelli continua:  “Hagee è stato tra i primi, ieri sera, a commentare entusiasta la mossa di Donald Trump. Appena arrivata la dichiarazione con il «riconoscimento ufficiale» di Gerusalemme come capitale di Israele, John Hagee ha fatto diffondere sui social network il suo video-commento: Il presidente Trump ha mantenuto la promessa, è entrato nell’immortalità politica. Quanto ha fatto oggi sarà celebrato in eterno. E per chiudere in bellezza più tardi ha twittato: C’è speranza per un futuro migliore in Cristo.

Un altro gruppo religioso pro-israeliano molto attivo è riunito nelle Chiese Battiste del Sud (circa 11 milioni di seguaci). Nonostante il nome, per dottrina e pratica sono evangelici, in quanto rigettano il battesimo alla nascita perché convinti della necessità di una conversione personale attiva.

Rispetto agli evangelici, gli ebrei americani sono decisamente meno entusiasti della politica israeliana verso i palestinesi. Un sondaggio Gallup del 20196 riferisce che gli ebrei americani, per quanto in prevalenza leali con Israele, votano di preferenza per il partito democratico (65%). Osserva inoltre che “è importante riconoscere che gli ebrei rappresentano soltanto una piccola proporzione dei votanti americani, tale da rendere poco probabile che il loro voto faccia una differenza significativa nell’elezione presidenziale”.

Anche il politologo Stephen M. Walt, in un articolo apparso nel 2019 su FP (Foreign Policy)7, sottolinea che la componente maggioritaria della lobby pro-israeliana è costituita da cristiani, in particolare cristiani di fede evangelica. Walt osserva anche che nella comunità ebraica americana molti sono critici verso la politica di Israele, tanto che “parlare di lobby ebraica è sia inaccurato sia incentivante pericolosi stereotipi”.

Conclusione

Come abbiamo visto, al di fuori degli interessi strategici dello Zio Sam nel Medio Oriente, l’amicizia israelo-americana è sostenuta non tanto, come comunemente si crede, dalla lobby ebraica, quanto da lobby e dall’opinione pubblica americane radicate nelle convinzioni religiose dei cristiani di orientamento evangelico. Così accade la stramberia, forse unica, che la principale religione di una superpotenza sorregga le sorti di un minuscolo paese lontano e di religione diversa.

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  1. Shibley Telhami – As Israel increasingly relies on US evangelicals for support, younger ones are walking away: What polls show, 2021
  2. Jacob Magid – Dermer suggests Israel should prioritize support of evangelicals over US Jews – The Times of Israel, 2021
  3. Jacob Magid – Support for Israel among young US evangelical Christians drops sharply — survey – The Times of Israel, 2021
  4. LifeWay Research – Evangelical Attitudes Toward Israel Research Study, 2017
  5. Giorgio Bernardelli – “Gerusalemme capitale, la vittoria dei cristiani sionisti” – La Stampa, 2017
  6. Gallup – American Jews, Politics and Israel (2019)
  7. Stephen M. Walt – How (and How Not) to Talk About the Israel Lobby – FP (Foreign Policy), 2019

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cristiana vittoria
cristiana vittoria
1 anno fa

grazie dell’approfondimento storico-politico che mi aiuta maggiormente a comprendere e di cui, come immagini , non ero a parte data la mia scarsa propensione alle motivazioni religiose. se ti va condivido

Maurizio
Maurizio
1 anno fa

Meno male che Israele c’è ma certo non ha sempre ragione anzi ha spesso torto va quindi rassicurato da noi sostenitori e così l’aiuteremo a non essere oltranzista

Ugo Mariano
Ugo Mariano
3 mesi fa

Acuta riflessione “geopolitica” su un tema sconosciuto ai più

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