Insediamenti senza pace

I primi insediamenti israeliani in Cisgiordania risalgono al 1967, all’indomani della sua conquista nella guerra dei sei giorni. Pur incoraggiati dal governo israeliano fin dall’inizio, la loro espansione divenne inarrestabile dal 1977, quando il potere passò più o meno stabilmente in mano alla destra israeliana. Oggi, in Cisgiordania si contano circa 130 insediamenti, in cui abitano 475.000 coloni israeliani, senza considerare i circa 300.000 ebrei che si sono insediati a Gerusalemme Est di cui parlerò in un prossimo articolo.  

Divisione del territorio

Gli accordi di Oslo del 1993 hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle molte questioni in sospeso. Nel 1995 si è giunti agli accordi di Oslo II che ampliavano l’autogoverno ad altre parti della Cisgiordania. In base a questi ultimi, la Cisgiordania è stata divisa in 3 aree:

Area A: Amministrazione e sicurezza in mano all’Autorità Palestinese. Costituisce il 18% del territorio. Include le 8 maggiori città palestinesi (tra cui Nablus, Ramallah, Betlehem e Hebron). L’entrata in questa area è proibita ai cittadini israeliani.

Area B: Amministrazione palestinese e sicurezza congiunta israelo-palestinese. Comprende 22% della Cisgiordania, 440 villaggi palestinesi e nessun insediamento israeliano.

Area C: Amministrazione e sicurezza in mano agli israeliani. Comprende circa il 62% della Cisgiordania. Tutti gli insediamenti israeliani si trovano in questa area. Di essa, circa 70% è riservata agli insediamenti, 21% sono zone militari e 9% riserve naturali. In questa area è in pratica impedito ai palestinesi di costruirvi per scopi residenziali, commerciali o industriali.

Popolazione

Nelle Aree A e B, i palestinesi sono circa 2,7 milioni. Nell’Area C si trova la maggior parte degli insediamenti israeliani, costituiti da piccoli villaggi, mentre 4 hanno assunto le dimensioni e lo statuto di città vere e proprie. I coloni sono in maggioranza ebrei laici o poco osservanti e politicamente di destra, mentre la popolazione di due città (Modi’in Illit – 76.000 ab. e Beitar Illit – 56.000 ab.), è rappresentata in prevalenza dalla componente ultraortodossa, componente in rapido aumento e che rappresenta circa un terzo di tutti i coloni (in Israele circa il 10%).

Dal 1977 la colonizzazione è incoraggiata apertamente dal governo israeliano, che vi infonde cospicue risorse economiche, soprattutto per la sicurezza dei coloni. Essa è favorita anche dal costo della vita decisamente inferiore e dal piacere della vita in comunità1. I coloni israeliani sono a tutti gli effetti cittadini d’Israele.

Nel luglio 2019, la Knesset ha approvato la legge che definisce Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”, che sancisce, tra l’altro, che “lo Stato vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento”.

Le violenze fra coloni e palestinesi sono pressoché quotidiane. Nello scorso dicembre, in seguito all’uccisione di un colono da parte di due palestinesi, il villaggio palestinese di Burqa è stato assalito da centinaia di coloni, appoggiati da soldati israeliani, e decine di palestinesi sono stati feriti.

Separazione e abitazioni

Allo scopo (o con la scusa, a seconda dei punti di vista) di difendersi dagli attentati palestinesi, a partire dal 2002 Israele ha eretto una barriera di separazione tra i due popoli lunga oltre 700 km. Costituita da muri e sistemi elettronici, essa corre lungo la linea verde (la frontiera precedente alla guerra dei sei giorni), ma la maggiore parte è situata all’interno della Cisgiordania per integrare gli insediamenti israeliani. Il ‘muro’, dichiarato nel 2004 illegale dalla Corte internazionale di giustizia, restringe la libertà di movimento, isola molti villaggi ed è vissuto dai palestinesi come un imprigionamento. Esso rende anche difficoltoso l’accesso al lavoro, alle scuole e agli ospedali2.

Per incentivare lo sviluppo degli insediamenti israeliani o controllare le riserve naturali, molte abitazioni palestinesi sono state distrutte. Non entro nel triste dettaglio di queste demolizioni, ricordando soltanto quella avvenuta nel novembre del 2020, quando, nella valle del Giordano, furono demolite 70 abitazioni rendendo senzatetto 700 palestinesi.

Aspetti legali

Gli insediamenti sono stati dichiarati illegali dalla comunità internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Corte internazionale di giustizia dell’Aia, Unione europea). La loro espansione è considerata il principale impedimento all’avvio di un processo di pace. Gli USA li hanno giudicati illegittimi fino all’amministrazione Trump, nel novembre 2019. La Corte internazionale di giustizia si è pronunciata per l’illegalità degli insediamenti in quanto violano l’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra, che recita: “La potenza occupante non potrà mai procedere al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

Tale trasferimento è definito dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (non ratificato da Israele) come un crimine di guerra.

E’ di questa settimana la pubblicazione del rapporto di Amnesty International che accusa Israele del crimine di apartheid3. Ho affrontato questo delicato argomento in un articolo su questo blog. Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale di includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati.

Il governo israeliano ha risposto con la consueta accusa di antisemitismo rivolta a chiunque critichi la sua politica nei confronti dei palestinesi.

Insediamenti e prospettiva di pace

Con ogni evidenza, la politica degli insediamenti si propone di creare uno status quo da porre al tavolo di eventuali, ormai chimerici, accordi di pace. In pratica, essa costituisce un ostacolo invalicabile per qualsiasi accordo di pace accettabile dai palestinesi. Già nel 2008, il vice primo ministro israeliano Haim Ramon diceva in proposito: “L’allargamento di Ofra e di altri insediamenti… è un tentativo di minare qualsiasi possibilità di raggiungere un accordo con i palestinesi…”.

A mio avviso, di là della intollerabile sofferenza dei palestinesi che abitano i territori occupati, questo è il punto cruciale. La Cisgiordania (5.860 km2, inferiore a quella del Friuli Venezia-Giulia), rappresenta l’unico lembo di terra in cui potrebbe nascere lo stato palestinese. Ne consegue che l’occupazione di oltre la metà del suo territorio da parte degli insediamenti israeliani è palesemente incompatibile con qualsiasi speranza di pace.

COMMENTA QUESTO ARTICOLO (a fondo pagina)


1. YouTube

2. Freedom in the World 2021 – West Bank 

3. Amnesty International – Israel’s Apartheid Against Palestinians – 2022


Se vuoi condividere questo articolo - Share this article:
Commenta
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
Guarda tutti i commneti - View all comments
0
Il tuo pensiero è molto gradito. Commenta purex